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Il codice vermouth

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Tra le invenzioni torinesi va senz'altro annoverato il vermouth, o vermuth, la cui misteriosa ricetta risale a metà del '700. A codificarla fu Antonio Benedetto Carpano, che miscelò sapientemente erbe segrete e vino moscato. Era il 1786. Carlo Alberto amava il vermouth: se ne faceva fare una qualità speciale solo per lui da un vinaio che aveva bottega in via San Tommaso. Per chi volesse cimentarsi con la fabbricazione dell'antico liquore, riportiamo qui la ricetta, enigmatica come un codice cifrato, ritrovata in un trattato di Giovanni Vialardi, cuoco di Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II: "Prendete del legno quassio, genzianella, china china, centarura minore, sommità d'assenzio gentile, corteccia di cedro, fiori di sambuco, di ciascuno 10 grammi; bacche di ginepro, radice d'angelica, di ciascuno 6 grammi; garofani, cannella, noce moscata, pepe, di ciascuno 4 grammi. Pestate tutte queste droghe grossolanamente nel mortaio, mettetele entro un bottiglione con cinque litri di buon vino bianco generoso, lasciatele in macerazione per dieci giorni agitandolo di tanto in tanto,separate le droghe, filtrate il liquore e mettetelo nelle bottiglie turandole bene". Per risalire alle origini di questo liquore, bisogna tornare all'epoca romana e al vino di assenzio: i romani infatti amavano bere una miscela di vino, assenzio, incenso, nardo e mirra, che potrebbe vagamente assomigliare al piemontesissimo vermouth.

Fonte: Laura Rangoni, A tavola con i re, L\'Arciere

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